Lunedì 14 si decide se l’Unione Europea esiste ancora!

 

Jean Claude Juncker, primo Presidente della Commissione eletto dai cittadini (sulla base dei voti ottenuti dal partito europeo di cui è espressione e che, quindi, dipende dal sostegno di una maggioranza all’interno del Parlamento europeo), ha pronunciato ieri il suo primo discorso sullo stato dell’Unione.

Ed è stato discorso importante, perché avvenuto in un momento storico per la stessa Unione europea. Un discorso di circa 90 minuti, coraggioso, schietto, senza retorica. Al centro, la questione dei rifugiati, a cui l’Europa ha finalmente risposto con una voce sola e con una nuova politica di accoglienza verso i richiedenti asilo, e di solidarietà verso gli Stati membri maggiormente impegnati sulla gestione della crisi, in particolare per ragioni geografiche (attraverso un meccanismo di ricollocamento di 160.000 persone al momento situate in Italia, Grecia e Ungheria).

Riporto la parte finale del suo intervento e aspettiamo lunedì prossimo 14 settembre, quando si terrà il vertice dei capi di Stato e di governo per sapere se l’Unione Europea esiste ancora.

Signor presidente, onorevoli deputati,

ci sono tante cose di cui non ho parlato o non ho potuto parlare oggi. Ad esempio, avrei voluto parlarvi di Cipro e della speranza, dell’ambizione e del desiderio di assistere alla riunificazione dell’isola l’anno prossimo. 

Non ho parlato degli agricoltori europei che hanno protestato a Bruxelles questa settimana. Concordo con loro nel ritenere che qualcosa non va in un mercato dove un litro di latte costa meno di un litro di acqua. Tuttavia non credo che Bruxelles possa o debba lanciarsi nella microgestione del mercato del latte. Dovremmo compensare gli agricoltori penalizzati dalle sanzioni contro la Russia. La Commissione ha quindi intenzione di proporre per gli agricoltori un pacchetto di solidarietà di 500 milioni di EUR. Le autorità europee e nazionali garanti della concorrenza dovrebbero dal canto loro esaminare con attenzione la struttura del mercato. C’è puzza di marcio nel mercato del latte. Credo che si debbano abbattere alcuni oligopoli nella vendita al dettaglio.

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma nel toccare le questioni principali, le sfide più importanti che ci troviamo oggi ad affrontare, a mio avviso c’è una cosa che risulta chiara. Che si tratti della crisi dei rifugiati, dell’economia o della politica estera, possiamo riuscire soltanto come Unione.

Chi è l’Unione che rappresenta 507 milioni di cittadini europei? L’Unione non è solo Bruxelles o Strasburgo. L’Unione sono le istituzioni europee. L’Unione sono anche gli Stati membri, i governi nazionali e i parlamenti nazionali.

Basta che uno di noi venga meno ai propri impegni per far vacillare tutti.

L’Europa e la nostra Unione devono dare risultati. Sebbene in tempi normali sia uno strenuo difensore del metodo comunitario, in tempi di crisi non sono un purista. Il modo in cui gestiamo una crisi non m’importa, sia che si prediligano soluzioni intergovernative o che si propenda per processi a guida comunitaria, purché si trovi una soluzione e si agisca nell’interesse dei cittadini europei.

Tuttavia se un metodo risulta carente bisogna cambiare approccio.

Prendiamo ad esempio il meccanismo di ricollocazione dei rifugiati messo sul tavolo a maggio per la Grecia e l’Italia: la Commissione ha proposto un meccanismo comunitario di solidarietà vincolante. Gli Stati membri hanno optato invece per un approccio di tipo volontario. Risultato: il traguardo di 40 000 profughi ricollocati non è stato mai raggiunto. Finora non è stata ricollocata nemmeno una persona bisognosa di protezione e l’Italia e la Grecia continuano a sbrigarsela da sole. Non va bene.

Diamo un’occhiata alle soluzioni intergovernative come il patto di bilancio del 2011 per il rafforzamento della disciplina di bilancio o l’accordo del 2014 che ha istituito un Fondo di risoluzione unico nel settore bancario. Ad oggi nessuno Stato membro ha attuato completamente il patto di bilancio e solo 4 Stati membri su 19 hanno ratificato l’accordo sul fondo di risoluzione per il settore bancario, che dovrebbe diventare operativo dal 1° gennaio 2016.

Bisogna fare molto di più se vogliamo far fronte alle enormi sfide che ci troviamo oggi a gestire.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare.

Dobbiamo essere più veloci.

Dobbiamo adottare un metodo più europeo.

Non perché vogliamo più potere a livello europeo, ma perché abbiamo urgente bisogno di risultati migliori e in tempi più rapidi.

Abbiamo bisogno di più Europa nella nostra Unione.

Abbiamo bisogno di più Unione nella nostra Unione.

Ho sempre creduto nell’Europa. Ho i miei motivi, molti dei quali per fortuna non riguardano le generazioni attuali.

All’inizio del mio mandato ho affermato di voler ricostruire i ponti che iniziavano a sgretolarsi, lì dove la solidarietà cominciava a cedere e i vecchi demoni a risorgere.

Il cammino da percorrere è ancora lungo.

Ma quando le generazioni future leggeranno di questo momento che l’Europa attraversa nei libri di storia, facciamo in modo che leggano che siamo rimasti uniti, dimostrando compassione e aprendo le nostre porte a chi aveva bisogno di protezione.

Che abbiamo unito le forze per affrontare le sfide globali, difendendo i nostri valori e risolvendo i conflitti.

Che abbiamo fatto in modo che mai più i contribuenti pagassero per l’avidità degli speculatori finanziari.

Che, mano nella mano, abbiamo garantito crescita e prosperità alle nostre economie, alle nostre imprese e soprattutto ai nostri figli.

Facciamo in modo che leggano che abbiamo forgiato un’Unione più forte che mai.

Facciamo in modo che leggano che insieme abbiamo fatto la storia dell’Europa. Una storia che i nostri nipoti saranno orgogliosi di raccontare.